
Meloni sconfitta dalla sua maggioranza
15 luglio 2026
Ieri è successa una cosa piuttosto insolita: la maggioranza ha bocciato un emendamento del Governo che avrebbe reintrodotto le preferenze.
La spiegazione principale è semplice: molti parlamentari, indipendentemente dal partito di appartenenza, temono che con le preferenze la rielezione non dipenderebbe più solo dalle segreterie, ma anche dal consenso degli elettori. È un naturale meccanismo di autodifesa.
Ma c’è anche un altro aspetto che merita di essere raccontato. L’emendamento non introduceva un vero ritorno alle preferenze: il primo eletto sarebbe rimasto comunque il capolista scelto dal partito e solo gli eventuali seggi successivi sarebbero stati assegnati in base ai voti degli elettori. In molte circoscrizioni, quindi, avrebbe continuato a decidere il partito.
Infine, c’era una questione tutt’altro che secondaria: la rappresentanza femminile. La proposta eliminava il limite che oggi impedisce a un solo genere di occupare più del 60% dei posti da capolista e consentiva che i primi due candidati della lista potessero essere dello stesso sesso. Solo dal terzo posto sarebbe scattata l’alternanza di genere. In altre parole, si sarebbero ridotte le garanzie introdotte negli ultimi anni per favorire una presenza più equilibrata di donne e uomini nelle posizioni con maggiori possibilità di elezione.
Per questo ridurre tutto a “Meloni voleva le preferenze e il Parlamento le ha bocciate” significa raccontare solo una parte della storia.
La vera domanda, però, resta aperta: è giusto che siano i partiti a scegliere chi entra in Parlamento o dovrebbero essere gli elettori ad avere un ruolo maggiore?